Quando “non vediamo” l’altro: l’analfabetismo emotivo nell’era dei social

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L’analfabetismo emotivo, secondo Daniel Goleman (1995), è l’incapacità di riconoscere e gestire le proprie e altrui emozioni, i comportamenti relativi e la mancanza di consapevolezza dei motivi per i quali si provano determinate emozioni. Gli analfabeti emotivi hanno difficoltà a provare empatia, piuttosto manifestano distacco e freddezza emotiva (Matthews, 2006). Esisterebbe quindi, nell’analfabeta emotivo, il mancato sviluppo dell’intelligenza emotiva.

I primi studiosi a dare un significato al concetto di “intelligenza emotiva” furono Salovey e Mayer (1990) i quali l’hanno definita come: “La capacità di monitorare le proprie e le altrui emozioni, di differenziarle e di usare tali informazioni per guidare il proprio pensiero e le proprie azioni” (Salovey e Mayer, 1990). L’espressione “intelligenza emotiva” fa riferimento a tutte quelle capacità di consapevolezza, padronanza di sé, motivazione, empatia e abilità sociali che si rivelano fondamentali per tutti gli esseri umani e che possono essere sviluppate da ogni singolo individuo durante il proprio processo di crescita.

Ad oggi, l’ autore più influente in tema di “intelligenza emotiva” è Daniel Goleman il quale ha individuato due tipi di competenze alla base dell’intelligenza emotiva, ognuna caratterizzata da specifiche caratteristiche:

La prima competenza è quella “personale”, ovvero il modo in cui l’individuo riesce a controllare sé stesso, ed è caratterizza da tre componenti:

  • Consapevolezza di Sé: capacità di riconoscere le proprie emozioni, i propri limiti e le proprie risorse ed avere sicurezza nelle proprie capacità;
  • Padronanza di Sé: saper dominare i propri stati interiori, saper guidare gli impulsi e sapersi adattare e sentirsi a proprio agio in nuove situazioni;
  • Motivazione: spinta a realizzare i propri obiettivi sapendo cogliere le occasioni che gli si presentano, impegnandosi nonostante le possibili avversità.

La seconda competenza è quella “sociale”, ovvero il modo in cui l’individuo riesce a gestire le relazioni con l’Altro. Questa capacità è caratterizzata da due componenti:

  • Empatia: capacità di riconoscere le prospettive e i sentimenti altrui;
  • Abilità sociali: l’insieme delle abilità che ci consentono di indurre nell’Altro risposte desiderabili. Si va dall’utilizzo di tattiche di persuasione efficienti al saper comunicare in maniera chiara e convincente, in modo da saper guidare il gruppo sia in un eventuale cambiamento, sia nel risolvere eventuali disaccordi. Anche l’abilità di instaurare legami fra i membri di un gruppo, creando un ambiente positivo che consenta di lavorare per obiettivi comuni, rientra nella componente delle abilità sociali.

MA QUANDO VANNO APPRESE QUESTE COMPETENZE?

Goleman afferma che questi concetti vanno appresi in tenera età: possono essere insegnati ai bambini, mettendoli “nelle migliori condizioni per far fruttare qualunque talento intellettuale la genetica abbia dato loro” (Goleman, 1995). L’espressione “intelligenza emotiva” fa riferimento a tutte quelle capacità di consapevolezza, padronanza di sé, motivazione, empatia e abilità sociali che si rivelano fondamentali per tutti gli esseri umani e che possono essere sviluppate da ogni singolo individuo durante il proprio processo di crescita.

COSA SUCCEDE SE UN INDIVIDUO NON APPRENDE QUESTE COMPETENZE?

Quando, per un qualsiasi motivo, viene meno la possibilità di sviluppare l’intelligenza emotiva si corre il rischio di diventare analfabeti emotivi in quanto si diventa incapaci di riconoscere e controllare non soltanto le proprie emozioni ma anche quelle altrui. La conseguenza è rappresentata dall’incapacità, nella persona, di provare empatia e compassione; un analfabeta emotivo è infatti freddo e imprevedibile, è privo di tutte quelle risorse psicologiche e di quei meccanismi emotivi considerati fondamentali nella gestione di situazioni che stimolano in noi varie tipologie di emozioni, quali: tristezza, rabbia, paura, delusione, frustrazione, ecc…

CHE COSA C’ENTRANO I SOCIAL?

Un eccessivo uso delle piattaforme social  favorisce il disinteresse emotivo delle persone poiché legato al relativo deficit di lettura delle emozioni altrui che ne consegue  (Riva, 2010). Si parla di “digitalizzazione dei processi emotivi e relazionali” poiché sulle piattaforme social le relazioni vengono spogliate del loro impatto emotivo, che è invece presente nella dimensione fisica, reale. Questo aspetto porta ad una conseguente diminuzione di capacità empatiche e al disinteresse emotivo che, nel contesto cyber (virtuale), porta all’innesco di una serie di comportamenti ostili e criminali come, ad esempio, il cyber-bullismo (Brega e Perrone, 2019).Comunicando tramite un post, una foto, un link, una notifica, ecc. l’assenza del corpo toglie una serie di informazioni che, invece, sono presenti nell’interazione in presenza dove il confronto avviene “faccia a faccia”. Inoltre, l’attività dei neuroni specchio diventerebbe deficitaria in assenza di un corpo: quando gli interlocutori sono privati della presenza del corpo e si trovano ad interagire assiduamente attraverso un intermediario (in questo caso il social) aumenterebbe il rischio di favorire l’analfabetismo emotivo (Goleman, 2011).

SI, MA ALLORA COSA SI PUO’ FARE PER EVITARE CHE SI DIVENTI ANALFABETI EMOTIVI?

Per contrastare e prevenire l’analfabetismo emotivo è fondamentale educare sentimentalmente ed emotivamente i bambini. Il ruolo dei genitori e degli insegnanti è indubbiamente centrale per regolare le emozioni e permettere di crescere sia emotivamente che intellettualmente. La famiglia, infatti, è il primo contesto in cui si apprende la conoscenza e la gestione della vita emotiva, non solo attraverso le parole e le azioni dei genitori indirizzate al bambino, ma anche attraverso i modelli che essi offrono mostrando loro come gestiscono i propri sentimenti e la propria relazione coniugale. Saper parlare dei propri sentimenti è anche un modo per migliorare le capacità comunicative e l’apprendimento cognitivo il quale, a sua volta, è strettamente connesso alle emozioni (Goleman, 2000). In secondo luogo, la scuola dovrebbe offrire dei programmi di alfabetizzazione emotiva, di cui anche Goleman parla nel suo libro Intelligenza emotiva. Nello specifico si richiede che gli insegnanti e gli studenti si concentrino sul tessuto emozionale. Si sceglie un “argomento del giorno” che può andare dalle tensioni ai traumi presenti nella vita dei bambini, e se ne parla facendo riferimento a questioni concrete: del dolore di sentirsi esclusi, dell’invidia e dei contrasti che potrebbero sfociare in una zuffa nel cortile della scuola (Goleman, 1995). È stato riscontrato che in questo senso risultano proficui e vantaggiosi i lavori di gruppo e di cooperative learning in cui bambini e adolescenti possono creare relazioni efficaci e incrementare il coinvolgimento empatico, riducendo così la capacità di sviluppare l’analfabetismo emotivo (Goleman, 2000).

Per evitare di diventare degli analfabeti emotivi serve, inoltre, potenziare le “life skills”, ovvero quell’insieme di abilità cognitive, emotive e relazionali di base che consentono alle persone di operare con competenza sia sul piano individuale che su quello sociale. In altre parole, bisogna potenziare tutte quelle abilità che ci permettono di acquisire un comportamento versatile e positivo, grazie al quale possiamo affrontare efficacemente le richieste e le sfide della vita quotidiana.

Infine, sarebbe opportuno rafforzare l’elasticità, così da saper rispondere in modo adattivo alle frustrazioni e ai problemi; promuovere le competenze sociali e relazionali; costruire una chiara e positiva identità; favorire l’autodeterminazione; sviluppare i legami con la famiglia, con la scuola e con la comunità di appartenenza; rafforzare norme e attività pro-sociali.

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